Il Sogno infinito di Walter Polidori in Val Badia, Dolomiti

Il report completo della prima salita della via Sogno infinito, aperta sul Pilastro di Spescia (Sasso delle Dieci, Val Badia) da Walter Polidori e Simone Rossin nell’estate del 2012.

SOGNO INFINITO, per continuare a sognare
di Walter Polidori, Istruttore Nazionale di Alpinismo presso la Scuola intersezionale del CAI Guido della Torre.

Perché aprire una via? Bella domanda… Da alpinista "della domenica" ho sempre pensato che la massima espressione della creatività di chi ha questa passione sia quella di salire dove nessuno è mai passato, magari arrivando su una cima inviolata.
Siamo i "conquistatori dell’inutile", è vero, ma quanta soddisfazione ci dà arrampicare? Il gesto atletico è importante, però alla fine quello che ci fa sentire vivi è l’avventura che si sperimenta, che ci fa un po’ gustare il sapore ancestrale dello spirito di sopravvivenza e di adattamento che nella vita di tutti i giorni non proviamo più.
Potevo solo immaginare quanto sarebbe stato bello aprire una via, ma non avevo mai pensato di poterci riuscire.

Qualche volta invece le opportunità sono proprio davanti ai nostri occhi, bisogna solo saperle vedere. Nel 2010 prenoto per caso un agriturismo in una valle laterale della Val Badia, dove il paese più importante è La Valle. Il paese è Spescia, poco prima della Valle di Fanes; è uno dei più bei posti che abbia mai visto, lontano dal caos delle valli principali e con vista sulle pareti Nord Ovest del Sasso delle Nove e del Sasso delle Dieci. Questo versante è selvaggio, con canaloni, creste, quasi "occidentale". L’agriturismo prenotato, Ciasa Moling di Spescia Dessot, è molto accogliente e la padrona di casa Monica è veramente disponibile… qui ci tornerò almeno qualche giorno ogni anno!

In vacanza cominciamo ad esplorare la valle, con tutta la curiosità che solo un posto nuovo può fare nascere. Di fronte all’agriturismo, tra il Sasso delle Dieci e delle Nove si vede una parete molto bella. Non arriva in cima al Sasso delle Dieci, ma ha una sua cima ed una estetica notevole. Nel vederla dalla base del canalone che la raggiunge, dove passa un tranquillo sentiero, rimango veramente colpito. Risponde ai miei canoni di bellezza: è pressoché verticale, termina con una cima, è di un bel colore, in un posto facile da raggiungere ma al tempo stesso isolato. Tornato a casa dopo le vacanze mi informo sulle guide che ho e in internet: pare che la parete non sia mai stata salita. Ci sono solo tre vie su questo versante, che percorrono canaloni e creste. Forse il mio sogno potrà diventare realtà, ma per ora mi accontento di sognare.

In agosto 2011 torno in vacanza a Spescia Dessot. Sono ossessionato dalla parete e tutte le volte che posso le faccio foto da diversi punti. Decido che devo provare a salirla!
Passano i mesi, torno a Pasqua 2012 con famiglia e amici nella mia valle preferita. La parete è parzialmente imbiancata dalla neve e faccio una serie di foto che mi aiuteranno a scoprirne i punti deboli. Dove c’è neve passeremo quasi sicuramente. Con me c’è anche Simone Rossin, un caro amico con cui tra la primavera e l’inizio dell’estate farò diverse vie impegnative in Valle del Sarca. Gli propongo di aprire la via con me e lui ne è entusiasta.

Dopo aver fatto "Luce del primo mattino" al Piccolo Dain, a fine giugno chiudiamo anche la Cassin alla Torre Trieste…siamo pronti. Insieme studiamo le tante fotografie fatte alla parete e ipotizziamo alcune linee di salita, ma non stiamo ancora realmente disegnando sulla tela. La parete ha un dislivello di almeno 400m, lo sviluppo non si sa ancora. Prima di cominciare stabiliamo le regole del gioco: salire in stile alpino e senza corde fisse, usando solo chiodi e protezioni veloci.
La via insomma dovrà essere assolutamente classica. L’unica deroga sarà quella di portare con noi qualche fix con il perforatore manuale, nel caso dovessimo tornare indietro o per attrezzare qualche sosta su roccia compatta. Nel frattempo ci procuriamo tanti chiodi, tramite un amico (grazie Timo!). Nella parete abbiamo individuato lo zoccolo, a cui segue un diedro grigio-giallo verticale e poi la parete verticale per arrivare ad una cengia posta circa a metà altezza. Da qui un altro tratto difficile dovrebbe portare a raggiungere la parte terminale più rotta, che conduce alla cima per una specie di canale.

Venerdì 6 luglio 2012 si parte per le Dolomiti, purtroppo tardi per motivi di lavoro. Ci mettiamo a dormire accanto alla macchina che è già l’una di notte. Sveglia alle 4 e in un’ora, con gli zaini pesantissimi, arriviamo alla base dello zoccolo. Abbiamo con noi il materiale per un bivacco, in modo da avere anche domenica per continuare. Con noi non abbiamo relazioni, ma solo delle foto della parete; che sensazione incredibile. Parto con l’idea di fare almeno due tiri, poi se la parete sarà troppo repulsiva torneremo indietro. Lo zoccolo di due tiri non è difficile, però salire su terreno vergine ci carica di adrenalina. Il diedro che avevamo visto in decine di foto non esiste; c’è un canale formato da una torre staccata dalla parete. Saliamo per il canale, che risulta arrampicabile, con passi intorno al V. Mentre saliamo abbiamo spesso il naso all’insù… arrivati alla parete si riuscirà a salire?

Siamo finalmente alla parete vera e propria, ma è compatta e strapiombante. Un traverso orizzontale a sx sembra l’unica possibilità che si possa tentare. La roccia è ottima, compatta e con buchi, ma poco proteggibile, la difficoltà è intorno al V+. Il traverso ci permette così di arrivare ad una porzione di parete più facilmente arrampicabile. Dopo un traversino ci aspetta un muretto ed uno strapiombino sopra una nicchia; pensiamo di aver fatto almeno un passo di VI. Una serie di rocce più facili ed un traverso ci portano verso un evidente diedro grigio che era visibile anche da lontano. Purtroppo l’idea di salire con una linea più diretta è sfumata perché la parete è repulsiva. Una decina di metri di roccia gialla e un po’ strapiombante ci separano dal diedro grigio. Salgo per un diedro giallo che porta sotto uno strapiombo. La chiodatura è difficile e un paio di chiodi entrano male. Tento di forzare lo strapiombo, ma non riesco a proteggermi in maniera decente. Alla fine, contro i nostri propositi iniziali, decido di mettere un fix. E’ una sconfitta, ma il passaggio è pericoloso e non mi va di rischiare troppo.

Salgo lo strapiombino, traverso a sinistra per un tratto improteggibile ed entro finalmente nel diedro grigio.
Il diedro è veramente bello e impegnativo. Ci proteggiamo solo con friends. Siamo all’altezza della cengia, ma siamo troppo stanchi. Le poche ore di sonno e l’impegno di testa ci hanno provati. A malincuore decidiamo di non bivaccare ma di scendere per tornare a proseguire la via più carichi. Continuare così stanchi sarebbe pericoloso. Prima di scendere però lasciamo una scatolina con un biglietto. E’ la nostra firma, nessuno ci deve soffiare la via!

Arriviamo alla base. Sono triste, mi viene da piangere ma poi ragiono e mi rendo conto di quanto siamo stati bravi. E’ la nostra prima via, abbiamo fatto più di 300m!
E’ stata una esperienza molto impegnativa. Non si tratta delle difficoltà, ma di cercare la via, vivere le incognite che ogni passo riserva.
Siamo arrivati circa a metà, la seconda parte della via dovrebbe essere un pò più facile, tranne la prima zona sopra la cengia che potrebbe riservare sorprese.
Nel viaggio di ritorno io e Simone non parliamo d’altro che di portare a termine il nostro progetto.
Come dice Simone, "aprire una via crea dipendenza"….

Per il week-end del 4-5 agosto siamo liberi, le previsioni meteo non sono proprio quelle che vorremmo, ma decidiamo di partire lo stesso, all’insegna dello slogan "chi non risica non rosica".
Arrivati in valle piove a dirotto e continua a piovere per buona parte della notte. Ci svegliamo presto; ci sono parecchie nuvole in giro, ma non piove. Arrivati all’attacco il tempo è nel frattempo migliorato e la roccia è poco bagnata.
Si ricomincia…

Uno dopo l’altro i tiri scorrono; anche quello nel diedro giallo dove avevo messo un fix, che concateno col successivo. Troviamo la scatolina arancione dove avevamo messo il biglietto con i nostri nomi e il dichiarato proposito di tornare a finire la via. La prendo per ricordo, ora bisogna salire!
Dopo una facile cengia arriviamo ad una zona di rocce compatte nere. Studiando le foto abbiamo sempre avuto il dubbio di non riuscire a passare in questo punto.
Con un po’ di coraggio traverso e cerco un punto debole. Riesco a piantare un chiodo. Trovo un muretto che mi permette di salire e un altro chiodo mi dà fiducia. Con un pò di attenzione e passi delicati arrivo ad una cengia. Il tiro delle placche nere è fatto! E’ stato molto impegnativo, come dico io "ingaggioso". Qui la testa deve essere ben più allenata dei muscoli.
Ora un diedro, che chiamiamo il diedro a "S" per la sua forma, si fa domare ed arriviamo alla cengia superiore.
Un tiro più facile ma non banale ci porta ad un "corridoio nascosto" e alla base del canale superiore. Abbiamo ancora un po’ di ore di luce, ma a poca distanza da noi cadono fulmini minacciosi. Meglio fermarsi e bivaccare sotto uno strapiombo poco distante dalla sosta.

Lo spettacolo che abbiamo davanti è incredibile; la valle è sotto di noi e non si vede anima viva.
Temporali nelle valli vicine continuano per tutta la notte, ma per fortuna non ci raggiungono. Ci sentiamo indifesi, siamo così piccoli.
La notte non passa mai, ma fortunatamente cade solo qualche goccia d’acqua. Sapremo solo poi che ci sono stati in Alto Adige temporali di eccezionale entità.
Al mattino aspettiamo un po’, ci sono ancora in giro temporali. Poi per fortuna il tempo migliora.

Si sale per quello che sarebbe dovuto essere un facile canale, che invece è costituito da una serie di rocce non difficili ma improteggibili e un po’ polverose.
Segue un diedro "muschioso" e umido e poi dietro uno spigolo trovo una zona di rocce rotte; è fattibile. La roccia è un po’ friabile, ma poi si entra in un camino più compatto e sbuco sull’anticima illuminata dal sole. Vedo la cima poco sopra, Simone mi incita per salire. In fondo è la "mia parete" e mi vuole regalare la vetta. Salgo per un facile canalino e in un attimo non c’è altro da salire, sono in vetta! Sono le 10,00, e dopo 21 tiri per più di 700m di sviluppo, con passi fino al VI/A1, abbiamo finito di salire.

Quasi non riesco a parlare, Simone mi chiede come mai non esterno sentimenti, ed io rispondo che sono troppo stanco e teso, ci tenevo troppo…
Poi mi siedo e in un attimo scoppio a piangere dalla felicità. La via è fatta, ma è difficile crederci. Possibile che siamo riusciti ad aprire una via così lunga ed impegnativa? E’ un sogno? Alla fine decideremo di chiamare la via "Sogno Infinito", per il tempo passato a sognare la salita, ma soprattutto perché guardandoci in giro abbiamo fantasticato su nuove possibilità di apertura, per continuare a sognare. Quando arrivi in cima continua a salire…

Sulla cima ci abbracciamo, esultiamo, ci facciamo complimenti e compiliamo il libro di via, che abbiamo portato nello zaino per tutto il tempo. Speriamo che ci saranno ripetitori che possano godere di questo posto stupendo.
E’ un momento incredibile che non dimenticheremo mai, e non c’è modo migliore di godere di questa emozione se non codividendola con un grande amico.
Non sembra verso essere riusciti a salire questa parete solo con protezioni tradizionali (sui tiri un solo fix).

Organizziamo la discesa in doppia, raddrizzando le calate per evitare inutili traversi. Lasciamo il libro di via sotto lo strapiombo del bivacco, così sarà più protetto. Usiamo alcune soste dei tiri fatti, e per raggiungere il canale della torre staccata attrezziamo solo due soste supplementari, una con due fix ed una con un fix ed un chiodo. La roccia è compatta, e i fix usati sono stati necessari.
Arriviamo alla base dello zoccolo alle 17,00; è finita.

Un ultimo gesto a cui tengo tanto: pianto un chiodo all’attacco della via, dove Simone mi suggerisce di inserire un cordino dell’amico "Vecchio" (Olivotto Bruno), che ha portato con sé.
Tornando verso la macchina ci voltiamo spesso a vedere la parete; ora illuminata dal sole è bellissima. Possibile che nessuno abbia mai pensato di scalarla? L’alpinismo non è ancora morto, basta vedere con occhi diversi quello che abbiamo davanti!
Siamo alla macchina, ora festeggiamo e facciamo telefonate a raffica per condividere con amici e persone care questo momento.

Durante il tragitto del ritorno non si parla d’altro che della via. Qualche parete vista dalla macchina ci fa pensare a nuove aperture…chissà! Vogliamo riprovare la bella esperienza e dobbiamo trovare a tutti i costi un’altra linea di salita.
Non penso che abbiamo fatto qualcosa di speciale in assoluto, ma sicuramente qualcosa di speciale per noi, e questo è importante. Ognuno deve trovare la propria avventura, tentare di superare i propri limiti, e questo solo per se stessi, per continuare a sognare.

Ringrazio Simone, come dico io un amico "di serie A" veramente in gamba, e la mia famiglia, Giulia ed Erica che mi sopportano ogni volta che in testa ho un progetto ( e capita spesso…).

PILASTRO DI SPESCIA
Il Pilastro di Spescia ha una parete con una propria cima; è presente nel selvaggio versante nord-ovest del Sasso delle Dieci e non è mai stato salito prima.
In alcune carte è indicato solo con l’altitudine 2400m.
La parete è repulsiva, verticale e con tratti strapiombanti, a parte il facile zoccolo iniziale.
La via è classica, con diversi spostamenti e traversate, ma mantiene difficoltà di tutto rispetto e abbastanza continue.
Dopo due tiri di zoccolo, si insinua in un canale nascosto dietro una torre staccata e raggiunge così la parete vera e propria. Qui con un esposto traverso evita una zona compatta. Sale poi per diedrini, strapiombini e placche, fino ad arrivare sotto un evidente diedro grigio che deve essere raggiunto superando una zona gialla impegnativa.
Dopo il diedro una lunga cengia permette di raggiungere una zona di placche nere, che devono essere attraversate con arrampicata delicata (forse il tiro più impegnativo della via) e portano ad un altro diedro, ad una seconda cengia ed infine ad una zona più appoggiata che raggiunge l’ultima spaccatura difficile che porta alla cima.
La roccia è nel complesso buona-ottima, con poche zone delicate e friabili. La proteggibilità è scarsa, tranne che nei diedri, e la chiodatura è difficile.
E’ una via di soddisfazione e consigliata, in ambiente bellissimo e poco frequentato.

Un po’ di storia del Sasso delle Nove (2968m) e del Sasso delle Dieci (3026m)
In tutto il gruppo le vie più famose sono quelle sul Sasso della Croce, che costituisce il naturale prolungamento a sud delle due montagne prese in considerazione.
Su queste montagne invece, sono molto conosciute solo le vie aperte dai fratelli Gunther e Reinold Messner (anche assieme ad altri alpinisti) sulle solide placche della parete sud del Sasso delle Nove, che offrono un’arrampicata di aderenza insolita per le dolomiti.
La cronologia delle ascensioni è stata la seguente:

SASSO DELLE DIECI
– Cresta SO, A.Posselt Czorich, F.Gerstacker con le guide A.Plonere e J.Miribung, 1887, è l’attuale via normale, con qualche passo di II grado, attrezzata anche con cavi;
– Cresta NE, H.Attenzamer con la guida J.Kastlunger, 1904, in discesa. E’ la cresta che prosegue verso il Sasso delle Nove e scende dall’intaglio con questo, verso sud;
– Parete SE, J.Fezzi, F.Zimmeter, 1909. Si tratta di una breve salita di IV grado sul versante Lavarella;
– Parete NO, J.Silbermann, Landsteiner, R.Schiettold con la guida I.Kostner, poco prima del 1913. Attacca molto a destra rispetto alla verticale della vetta, verso il Monte Cavallo, e sale cercando i punti deboli nella grande parete, a zig-zag per cenge e canali. Difficoltà II grado;
– Parete E e Spigolo N, guide F.Mazzetta e M. dall’Oglio, 1952, attacca circa 100m a destra della verticale della vetta, per fessure, pareti e caminetti, zone ghiaiose e infine per spigolone. Difficoltà massima IV grado.

SASSO DELLE NOVE
– Cresta ESE, cacciatori locali ignoti, è l’attuale via normale, attrezzata anche con cavi;
– Cresta NE, dal Sasso delle Dieci, O.Erlacher, A.Huber, 1912;
– Parete NW, H.Kiene, G.Harm, H.Leitgeb, R.Melchiori, P.Knapp, 1931. Sale per gradoni a raggiungere un vallone. Poi continua su una fascia rocciosa per cenge e paretine. Difficoltà massima IV grado;
– Lastroni SE, guide E. Kastlunger e P.Bottaro, 1948. Sale per placconate cercando i punti deboli e cenge, difficoltà massima IV+;
– Lastroni SE, D.Riello, N.Fratelli, 1962, itinerario simile al precedente, difficoltà max. IV grado;
– Via delle placche, G.Messner, R.Messner, 1965. Salita più "moderna" che affronta le placche lisce, intorno al IV grado;
– Via Direttissima, G.Messner, R.Messner, H.Lottersberger, 1968. Sempre su placche liscie, punta direttamente alla vetta, con difficoltà max. V grado;
– via Heidi, G.Messner, R.Messner, H.Hahn, 1968, simile alle precedenti.

SCHEDA: Sogno Infinito, Gruppo delle Cunturines, Dolomiti

Per la relazione dettagliata della via consultare il sito della Scuola intersezionale di Alpinismo e Scialpinismo del CAI Guido della Torre:
www.scuolaguidodellatorre.it

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